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news_salute_da_homeP > 10_ottobre09
Sei Violento???... il motivo è nell'infanzia... mangiavi troppe caramelle
Il legame appare paradossale ma è il risultato di una ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista medica The British Journal of Psychiatry, secondo la quale i bambini che mangiano una notevole quantità di dolciumi durante l'infanzia sembrano avere una maggior probabilità di sviluppare comportamenti violenti in età adulta.
Un team di ricercatori gallesi della Cardiff University ha preso in esame un campione di 17.500 soggetti verificando, mediante intervista, la loro abitudine a mangiare dolciumi da piccoli e la loro fedina penale da adulti. In base ai risultati, coloro che consumavano cioccolata o dolciumi tutti i giorni durante l'infanzia avevano una probabilità di incorrere in comportamenti violenti all'età di 34 anni del 69%, rispetto a una probabilità del 42% di coloro che non mangiavano dolciumi abitualmente.
Le ragioni possibili?
Secondo Simon Moore, autore dello studio, il legame non sarebbe da ricondurre a ragioni biologiche, come la presenza di additivi chimici nei dolciumi ad esempio, quanto a una forma di educazione comportamentale poco corretta.
Ci sono due teorie per spiegare le possibili cause:
Il professor Moore ritiene che le cause vadano ricercate in ambito psichico: “Dare regolarmente dolci e cioccolata ai bambini potrebbe impedir loro di imparare che per ottenere qualcosa è necessario attendere e ciò potrebbe spingerli a comportamenti più impulsivi che sono strettamente associati alla delinquenza”,
Mentre secondo il professor Alan Maryon-Davis, direttore della Faculty of Public Health inglese, la ragione sarebbe un'altra:Ricevere molti dolciumi da piccoli è infatti spesso sinonimo di irrequietezza e violenza dei bambini, a cui si donano molte caramelle per tenerli buoni. Una sorta di premio ostentato ai più tumultuosi che, secondo Maryon-Davis, non sembra condurre a nessuna buona conseguenza nel loro futuro.
Fonte: Moore SC. Confectionery consumption in childhood and adult violence. The British Journal of Psychiatry (2009) 195: 366-367. doi: 10.1192/bjp.bp.108.061820.